L’Intelligenza Artificiale offre sempre spunti interessanti per riflettere su noi stessi. Per prima cosa è bene che sappiate che io sono un fermo sostenitore dell’ IA forte e pienamente convinto che, prima o poi, sarà possibile replicare artificialmente una mente cosciente di se. Questo non implica che tali agenti intelligenti debbano per forza avere meccanismi di pensiero simili ai nostri, dopotutto la storia scientifica ci insegna che tutte le idee umanocentriche sono sempre state demolite dall’evidenza dei fatti, è quindi poco furbo ipotizzare che il cervello umano sia l’unica forma di “coscienza” possibile nell’universo. Tuttavia il cervello umano è senza dubbio l’unico che conosciamo attualmente e, quindi, è naturale che gran parte dell’IA si affidi a quello come musa ispiratrice e come traguardo.
A sostegno di questa tesi c’è poi la constatazione che, in più di un caso isolato, l’AI è riuscita ad anticipare scoperte che le neuroscienze cognitive avrebbero fatto solo alcuni anni dopo. Un caso fra i tanti è quello delle reti neurali. Una rete neurale non è altro che un sistema di neuroni artificiali (che non sono altro che sommatori pesati collegati ad un meccanismo “a soglia”, ovvero la cui uscita si attiva solamente se l’ingresso supera un certo valore) strettamente collegati fra loro. Tale meccanismo, sebbene composto da elementi relativamente semplici, è in grado di svolgere compiti estremamente complessi come, ad esempio, guidare un auto per centinaia di miglia (si veda il progetto ALVINN). Queste reti vengono addestrate tramite il meccanismo di retro-propagazione. Questa tecnica consiste, per farla breve, nel modificare i pesi in ingresso ai neuroni artificiali in base al valore di predizione dell’intera rete: ho un dato ingresso x, la rete risponde y, se il valore esatto è y allora la rete non subisce variazioni, se invece il valore giusto era z la rete viene modificata in proporzione alla differenza fra il valore predetto e il valore desiderato. Bene, questo processo è del tutto simile al meccanismo alla base dell’apprendimento nella gran parte degli agenti viventi (non solo l’uomo): è stato infatti constatato come il cervello rilasci dopamina a seconda se un evento previsto si verifichi o no. L’apprendimento tramite il modello errore-predizione è stato quindi sviluppato dall’AI alcuni anni prima che tale modello venisse formalizzato dai neuroscienziati.
L’AI inoltre ci permette anche di rivalutare molte nostre capacità. Tutti noi sappiamo riconoscere volti o comprendere il linguaggio naturale, ragion per cui consideriamo queste due attività delle cose “facili”. Diversamente solo poche persone sanno giocare bene a scacchi e quindi concludiamo che questo sia un compito “difficile”. In realtà dopo oltre 50 anni di ricerca nelle intelligenze artificiali abbiamo decine di programmi in grado di giocare stupendamente a scacchi ma ben pochi programmi in grado di riconoscere un volto con prestazioni paragonabili a quelle umane. Questo quindi ci mostra come, in realtà, il giudizio che diamo ai vari problemi sia spesso invertito nel caso delle AI.
Perché? Una prima risposta consiste nel valutare l’importanza di tali problemi. Riconoscere un volto e capire il linguaggio sono cose essenziali a livello evolutivo. Animali che non siano in grado di riconoscere un potenziale predatore o preda da un sasso o da una pozza di lava difficilmente raggiungono l’età adulta, è quindi prevedibile che nel corso dell’evoluzione si siano formati cervelli abilissimi a riconoscere figure forme e colori e meno a giocare a scacchi. Ipoteticamente, infatti, se uccidessimo in fasce tutti i bambini che non siano in grado di giocare a scacchi ad un livello accettabile ci ritroveremmo, fra qualche milione di anni, davanti a esseri dotati di un cervello incredibilmente bravo a giocare a scacchi e, probabilmente, meno bravi a riconoscere un volto.
Il problema dell’evoluzione è quindi cruciale quando cerchiamo di imitare il cervello umano. Dobbiamo sempre tenere presente che il nostro cervello è quello che è perché c’è stata, nel corso delle ere, una pressione evolutiva che lo ha spinto ad avere certe capacità e a non averne altre.
Il secondo punto risiede proprio nella rappresentazione e nel modo in cui essa viene generata. Spesso infatti pretendiamo troppo dalle macchine che progettiamo. Prendiamo ad esempio la percezione visiva. Quando ci troviamo difronte alla percezione visiva ci rendiamo subito conto del problema fondamentale che la divide da problemi “semplici” come il gioco degli scacchi: il rumore. Il gioco degli scacchi è infatti facilmente rappresentabile in termini puramente matematici, è possibile cioè togliere semplicemente tutti gli aspetti rumorosi, ovvero che non danno alcuna informazione aggiuntiva tipo la forma degli scacchi o il colore della scacchiera. Quando invece tentiamo di semplificare la visione vengono alla luce notevoli problemi e domande. Ad esempio il concetto di forma e di bordo: che cos’è una forma? Quand’è che un quadrato a cui arrotondiamo via via gli angoli, smette di essere un quadrato e diventa un cerchio? Come definiamo il bordo di un oggetto data la sua immagine? Sappiamo che le risposte a queste domande sono essenziali per la visione ma non abbiamo idea di come il cervello umano le calcoli.
Abbiamo un gran numero di algoritmi in grado di darci i contorni e la forma di un oggetto ma tali algoritmi sono spesso complessi, macchinosi ed utilizzano equazioni matematiche non banali sull’intera matrice dell’immagine. Ma, oltre al fatto che tali algoritmi sono piuttosto imprecisi, non è così che funziona l’occhio umano. L’occhio, ad esempio, è in gran parte ceco ad eccezione di una piccola zona centrale. L’impressione di avere un unica grande immagine è del tutto illusoria e prodotta dalla mente. L’immagine quindi è un prodotto della mente non un input percettivo. Perché allora vogliamo che le macchine funzionino direttamente sull’immagine? Non sarebbe meglio concentrarsi su come creare questa immagine partendo da una migliore copia dell’occhio umano? Ad esempio utilizzando i meccanismi basilari dell’uomo quali visione spot (ovvero concentrata al centro) e rilevatore di movimento nella periferia dell’occhio (che serve a direzionare istintivamente il punto “vedente” dell’occhio in direzione di qualcosa che è cambiato per aggiornare l’immagine mentale). Queste cose potrebbero insegnarci nuovi modi per valutare figure e bordi (un bordo potrebbe essere segnalato da una variazione repentina della visione (spot) che si avverte mentre l’occhio si muove oppure la forma di un oggetto può essere elaborata anche dal modo in cui l’occhio percorre il suo bordo (infatti quando osserviamo un quadrato, capiamo che è un quadrato percorrendo con gli occhi il bordo del quadrato, non lo facciamo consciamente ma lo facciamo).
Insomma, la neuroscienza ha molto da imparare dall’intelligenza artificiale, ma anche l’intelligenza artificiale apprende molto dalla prima. Le due discipline si trascinano a vicenda verso nuovi traguardi e molto possiamo aspettarci da entrambe nei prossimi anni. E’ con questa consapevolezza che potremo arrivare un giorno a trovare la chiave, il punto di svolta, quella scoperta che ci farà capire che la soluzione ce l’avevamo da sempre sotto gli occhi. O forse dietro.
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shishimaru
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